Almeno il pistacchio sia uguale per tutti

DI ASCANIO CELESTINI (DALL’ESPRESSO DEL 21 MAGGIO 2009)

Ascanio, che adoro, ha ancora una volta trovato un modo intelligente per porre l’accento su un problema molto ignorato ma drammaticamente reale per un numero ormai impressionante di persone… checchè ne dica l’allegra compagnia di intriganti che “ci governa”, tutti tesi a curare i loro loschi interessi, possibilmente cercando di ingrassare ancor più le tasche in periodi magri come questo, alle spalle ovviamente dei soliti noti…

In questo scritto di Ascanio si parla di Atesia e della vita da precario (devastante!), ma la questione è ormai molto più ampia, diffusa e generalizzata. Vista l’aria che tira, nessuno può stare tranquillo, neanche chi un “lavoro che non scade” ce l’ha.

Grazie Ascanio.

Il giudice lecca il gelato.

E’ passata una lunga giornata e gli avvocati dei lavoratori si sono confrontati con quelli dell’azienda che li ha licenziati. Ma in questi ultimi giorni di aprile a Roma incomincia a fare caldo e i corridoi dei tribunali si infuocano come nelle commedie degli anni Cinquanta dove Totò e Peppino aspettavano che la giustizia si esprimesse su una cambiale non pagata o il furto di una gallina. E allora ci vuole il gelatino per abbassare la temperatura del corpo giudicante, la giustizia virtuale che si incarna nella carne e nelle ossa di un signore che alle porte dell’estate gli viene caldo. Il caldo che è uguale per tutti, giudici e criminali, colpevoli e innocenti.

La giustizia c’ha pure la lingua. E ci starebbe un gelato anche per i lavoratori del collettivo Precari Atesia?

Almeno il premio di consolazione come la pallina di zucchero che si dava ai bambini dopo che si erano ingurgitati l’amara medicina!

Atesia, uno dei più grandi call center d’Europa nascosto in un palazzone nella periferia di Roma, a Cinecittà, nel luglio del 2005 ha licenziato quattro operatori telefonici. Li ha licenziati in tronco come si faceva ai tempi dei film di Totò. E quei quattro insieme a molti altri si sono organizzati in un collettivo e se ne sono andati all’ufficio provinciale del lavoro per denunciare l’azienda non solo per il licenziamento, ma soprattutto per aver assunto un sacco di gente in maniera illegale. Gli ispettori gliel’hanno detto che non c’era niente da fare, che 4 mila lavoratori sono anche 4 mila ostaggi sotto tiro, che non valeva la pena. Ma il collettivo ha fatto l’esposto, l’ispezione è cominciata e ad agosto dell’anno successivo ha dato ragione ai lavoratori, sostenendo che non si può assumere a progetto un pizzaiolo in una pizzeria, nè un falegname in una falegnameria. Che non è un progetto, ma la missione stessa dell’azienda proprio come fare telefonate in un call center. Gli ispettori hanno detto che quei lavoratori dovevano essere tutti assunti col contratto vero, quello che non scade. Che dovevano ricevere gli arretrati che non gli erano stati versati. Atesia si è fatto fare il conto dei soldi che avrebbe dovuto spendere e l’ufficio legale gli ha mandato uno scontrino da 300 milioni di euro.

Così ha fatto ricorso al Tar e soprattutto ha messo in moto il governo che in un paio di mesi ne ha tenuto conto nella finanziaria facendo un condono generale per tutte le aziende (anche quelle oggetto di ispezione…) che avrebbero stabilizzato i lavoratori.

Una buona notizia? Per farsi stabilizzare erano costretti a firmare atti di conciliazione che chiudevano definitivamente ogni possibile causa nei confronti dell’azienda e precludevano “ogni accertamento di natura fiscale e contributiva per i pregressi periodi di lavoro prestati dai lavoratori interessati dalle trasformazioni”.

Intanto nelle varie tornate di rinnovi dei contratti Atesia aveva casualmente mancato di riconfermare la maggior parte dei lavoratori che facevano parte del collettivo. Ora quelli che restavano in azienda decidevano di non firmare le conciliazioni per non rinnegare anni di lotta in cambio di un part time (perchè le assunzioni erano solo a tempo ridotto) e un mucchietto di euro. Su di loro sono fioccate denunce e alle cause per farsi riconoscere gli arretrati e farsi ridare il posto di lavoro si è aggiunto un processo iniziato l’8 aprile e subito rimandato a settembre.

E i quattro licenziati alla maniera degli anni Cinquanta? Per tre di loro un giudice goloso di gelato ha chiuso in questi giorni il primo grado con un riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento, ma senza reintegro. “Ricorreremo in appello, ma ci abbiamo messo tre anni per arrivare fin qui… Chissà quanto tempo dovremo ancora aspettare”, dice Valerio che intanto è facchino in un grande magazzino. E gli altri due? Uno studia fisioterapia. Poi ci sono due donne, una che è tornata in famiglia e l’altra che si arrangia facendo la guida saltuariamente.

Qualche altra causa è andata bene e ha fruttato il reintegro con pagamento di arretrati, ma i precari che cercano giustizia sono una marea e spesso si perdono nel caos delle scartoffie, dei ricorsi, dei rinvii.

Eppure questi cittadini stanno chiedendo solo un po’ di legalità, delle assunzioni regolari per poter fare decentemente l’operatore di un call center o la cassiera al supermercato, l’insegnante o l’impiegato. Mica vogliono diventare astronauti o ballerine!

Vogliono solo il rispetto della legge e dei propri diritti, vogliono un paese normale dove non si debba strisciare per elemosinare un posticino part time o a tempo determinato.

Un paese normale dove potersi mangiare un gelato quando si avvicina l’estate. Un paese dove almeno il pistacchio sia uguale per tutti.

Scritto da Enrico il 16 Maggio 2009
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